HALIDA BOUGHRIET

Scritto da Silvana Lazzarino il 19 Ottobre 2016 •  ( Clicca sull'immagine per vederla in dimensioni reali)

HALIDA BOUGHRIET
LA SUA AFRICA TRA NOSTALGIA E DOLORE
A MILANO  presso Officine dell’Immagine

Stati d’animo, emozioni legate alla sua terra, l’Africa a quelle zone abitate da povertà, guerre dove a regnare sono paura, angoscia e disperazione, sono restituite sotto un profilo nuovo, desueto attraverso il percorso artistico di Halida Boughriet (Lens, 1980), artista franco-algerina. voce emergente tra le più interessanti del panorama dell’arte contemporanea.
Attenta e ricercata sul piano stilistico ed espressivo, Halida Boughriet, che ha esposto con successo  in prestigiosi spazi come il Centre Pompidou e l’Institut du Monde Arabe di Parigi, da voce alle emozioni di un tempo passato e presente cui è legata restituendole con una nuova prospettiva.
Al centro del suo discorso artistico che unisce fotografia, performance e video sono presenti aspetti legati a problemi socioculturali, identitari, comportamentali e geopolitici legati alla sua terra, l’Africa, ma anche in generale alla realtà socio culturale di oggi, dove sempre più si coglie l’incomunicabilità tra individui e dove vige un profondo senso di sradicamento, nonché il conseguente bisogno di “appartenere” e sentirsi ascoltati. Questi aspetti e molto altro accompagnano le immagini semplici, ma complesse, incisive ed eloquenti della mostra a lei dedicata che inaugura a  Milano il 20 ottobre 2016 presso la Galleria Officine dell’Immagine.
L’esposizione Halida Boughriet. Pandora’s Box a cura di Silvia Cirelli, prima personale presentata in Italia dall’artista, riunisce un’ampia selezione di opere mai esposte in precedenza che colpiscono gli occhi e la mente del visitatore sia per un’estetica attenta e ricercata nei dettagli, sia per la capacità di trasmettere il lato più fragile di una realtà umana di cui affiorano silenziose paure, incertezze e quel filo di speranza che forse ancora resiste.
Significative sono le azioni performative che attraversano diversi momenti della sua opera  e di cui talvolta è lei stessa protagonista. Azioni performative espresse nelle serie fotografiche o documentate su supporto video che catturano perché immettono in un contesto che è ad un tempo naturale e artificiale, come  sospeso tra visione e azione, sogno e realtà. Attraverso un linguaggio versatile e originale Halida Boughriet fa affiorare le emozioni e le tensioni di un’umanità fragile e lesa dove affiorano bellezza e sofferenza, evasione e costrizione in un equilibrio precario. Lo si evince in modo particolare nella serie fotografica Pandora (2014) da cui deriva il titolo della mostra: in Pandora gli ambienti interni sono descritti con minuziosi dettagli, eleganti e raffinati che rimandano al genere fiammingo rivisitato in chiave contemporanea. Ambienti che diventano scenario inverosimile di sguardi, gesti e azioni di ragazzini dei sobborghi di Parigi ad indicare un contrasto tra un ambiente ricercato e chi vi è collocato, quasi a voler dichiarare l’estraneità di questi ragazzini ad un contesto distante dal loro vissuto cui faticano ad adattarsi come mostrano i loro gesti per nulla spontanei e naturali.
Accanto a Pandora è la serie Corps de Masse (2013-2014) con altrettanta attenzione ai dettagli scenici che danno risalto alle suggestive sale del Museo d’Arte e di Storia di Saint-Denis in Francia. La corporeità è espressa sia dalla presenza dei corpi dei personaggi fotografati e accompagnati da una luce naturale, sia dal loro emulare unendosi agli altri le pose dei soggetti dei dipinti esposti nel museo.
Emerge il rapporto con il passato e l’importanza della memoria che porta con se nostalgie e verità, e allo stesso tempo il bisogno di costruire legami tra persone; tematiche  queste che si riscontrano anche nel più recente lavoro Réflexion(s) del 2016, in cui viene riletta la teoria di Leibniz secondo cui la realtà è considerata come una miscela di percezioni – e riflessioni – che devono fondersi insieme per un’armonia universale. Per questo lavoro viene utilizzato uno specchio per far provare allo spettatore la percezione che investe l’altro: lo spettatore infatti vede il riflesso di quanto viene contemplato dal soggetto della fotografia.
Di guerra, sofferenza e distruzione da testimonianza il video Autoportrait, attraverso gli occhi  dell’artista che si fa portavoce di vissuti che restano nella memoria. La sofferenza è centrale anche  nella serie Cri silencieux (2016) in cui il corpo dell’artista rivela un tormento inconfessato attraverso il suo grido silenzioso nel centro della Piazza dei Martiri di Beirut che diventa grido universale di un ‘umanità sospesa nell’attesa di un possibile cambiamento.
A proposito di immagini performative dove il corpo è protagonista, durante l’inaugurazione della personale di Halida Boughriet non poteva mancare la performance Sans Titre (Afrique), presentata dall’artista nel 2014 anche al Centre Pompidou. Si tratta di un componimento sonoro da lei realizzato sulle note de “Il Crepuscolo degli Dei!, “La marcia funebre di Sigfrido” di Wagner che farà da accompagnamento alla ballerina Olga Totukhova nella sua danza su un tappeto dove è ripresa la mappa dell’Africa, compresi quei luoghi dove guerre e conflitti sono ancora in atto.

Silvana Lazzarino

HALIDA BOUGHRIET  PANDORA’S BOX
a cura di Silvia Cirelli
Catalogo: Vanillaedizioni
Officine dell’Immagine
Via Atto Vannucci 13- Milano
Orari: martedì – sabato: 11.00 – 19.00;
lunedì e festivi su appuntamento
dal 20 ottobre all’ 11 dicembre 2016
Inaugurazione: giovedì 20 ottobre 2016
Ingresso libero
Informazioni; telefono 02 91638758