"Tutti i colori del Bianco" di Silvia Amodio

Scritto da Occhio dell'Arte il 28 Giugno 2012 •  ( Clicca sull'immagine per vederla in dimensioni reali)

Al NettunoPhotoFestival una novita' assoluta per il Centro Italia: la personale di Silvia Amodio dal titolo "Tutti i colori del Bianco".

Finora,  questa mostra e' stata esposta solo a Castellanza (Varese) e ad Arles (Francia). 

Non potete perdervela!

Lo Staff

Ingresso libero al pubblico dal 29 Agosto 2012 al 9 Settembre 2012

Forte Sangallo in Nettuno   (Roma) 

NettunoPhotoFestival edizione 2012

Le persone albine, affette cioè da una patologia genetica che conferisce loro quel caratteristico colore della pelle, dei capelli e degli occhi, raramente sono protagoniste dei ritratti fotografici. Vivono in un mondo a parte, dove alla sofferenza fisica dovuta al fatto che la loro pelle è estremamente sensibile alla luce del sole e la loro vista molto debole, si accosta anche un disagio psichico per una diversità che spesso non viene rispettata. In alcune zone dell’Africa le persone albine vengono uccise e mutilate, perché troppo “differenti” dagli altri.

Interessata da sempre agli aspetti sociali e capace di esprimersi con un mezzo così intrigante e complesso come è il ritratto fotografico, Silvia Amodio ha realizzato recentemente una ricerca originale e rara chiedendo a diversi albini – uomini, donne, ragazzi, bambini – di posare in uno studio classico dotato di luci, pannelli e fondale. Il risultato è un lavoro che accosta alla bellezza dei ritratti l’analisi psicologica dei protagonisti emersa dal loro rapporto disponibile, sereno, serio o giocoso con l’obiettivo

 

TUTTI I COLORI DEL BIANCO 

“Il carattere del personaggio deve risultare totalmente chiaro a prima vista” scriveva Albert S. Southworth nel 1870 e quelle parole assumevano una grande importanza perché pronunciate da uno dei due titolari, a Boston, di uno dei più raffinati atelier di ritratti fotografici dove il controllo della qualità della luce e l’attenta regia della posa erano elementi fondamentali per ottenere risultati universalmente apprezzabili. Nata come mezzo per descrivere la natura “senza alcun aiuto della matita dell’artista”, come scriveva uno dei suoi inventori Henry Forx Talbot, la fotografia si è da subito interessata al ritratto mettendosi così in competizione con la pittura. Se però quest’ultima poteva giocare su un lungo studio durante le sedute di posa e sulla possibilità di modificare anche profondamente i soggetti, l’obiettivo conservava e ancora conserva una forte componente realistica che il fotografo deve saper controllare per giungere ai risultati che ha immaginato. Il ritratto fotografico è un genere molto particolare, esito dialettico di componenti di opposto segno con cui deve costantemente fare i conti. Per un verso deve combattere i risultati deludenti della fotografia identificativa che, banalizzandolo, comprime il soggetto nella quotidianità più scontata, per l’altro deve andare oltre l’estetica cara alla pittura di maniera che lo esalta collocandolo in un mondo ideale. Per ottenere tutto ciò deve far ricorso alla consapevolezza critica di un fotografo capace di andare alla ricerca della personalità autentica di chi gli sta di fronte realizzando “una rappresentazione evocativa nel senso spirituale, psicologico e anche fisico” come suggeriva acutamente di fare Frederick Evans, pregevole autore inglese di fine Ottocento che pure ritrattista non era. In fondo, tutto si è sempre giocato in quello spazio limitato che da sempre separa e insieme unisce il fotografo e il suo soggetto costretti a un intrigante confronto, a un gioco di reciproci rispecchiamenti, a un continuo inseguirsi fra l’uno che sottilmente sfugge pur dichiarandosi disponibile a farsi catturare dall’immagine e l’altro che lo attende con la pazienza e la determinazione di chi sa di poter cogliere un frammento prezioso di realtà da restituirgli. 

Ecco perché il fotografo ritrattista deve possedere due doti essenziali: la determinazione dell’attento regista di tutta l’operazione cui presiede e la sensibilità di chi sa esplorare gli animi con tutta la delicatezza necessaria. Silvia Amodio padroneggia entrambe queste capacità in modo evidente, come le sue opere stanno a testimoniare. Sa benissimo che il ritratto non è solo la raffigurazione del soggetto ripreso ma è anche la traccia, sottintesa ma non per questo meno evidente, del fotografo che lo ha realizzato. Perciò non si sottrae al gioco del riconoscimento, ma fa in modo che la sua sia una presenza discreta, garbata come sa esserlo lei nel suo approccio con la fotografia stessa: questa presenza è il segno deciso del suo stile. 

Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono strettamente connessi. Quelli legati alla tecnica hanno, almeno apparentemente, poca evidenza perché la fotografa sceglie ambienti di una semplicità essenziale, posiziona le luci in modo che appaiano del tutto naturali, non cerca effetti insoliti o spettacolari. Ovviamente questo risultato è frutto di una sapiente regia e di scelte attente, premesse sottintese che offrono ai soggetti una dimensione talmente priva di forzature da consentire di sentirsi perfettamente a proprio agio. Facendoli posare in modo che si staglino su uno sfondo neutro, chiede loro semplicemente di essere se stessi, di osservarla mentre li ritrae con la stessa naturale curiosità con cui ci si rapporta, in un confronto silenzioso, con una persona che ci interessa. Ed è qui che Silvia Amodio mette in campo il vero elemento essenziale del suo stile, la profonda sensibilità estetica cui salda l’interesse per gli aspetti sociali. E’ quel qualcosa in più  che emerge a maggior ragione quando, come in questo caso, si trova di fronte alle situazioni più difficili. Le persone albine, affette cioè da una patologia genetica che conferisce loro quel caratteristico colore della pelle, dei capelli e degli occhi, raramente sono protagoniste dei ritratti fotografici. Questa è una ovvia conseguenza del fatto che, anche senza arrivare alle persecuzioni cui sono sottoposte in alcune zone dell’Africa dove vengono uccise e mutilare perché troppo “differenti” dagli altri, gli albini vivono in un mondo a parte, dove alla sofferenza fisica dovuta al fatto che la loro pelle è estremamente sensibile alla luce del sole e la loro vista molto debole, si accosta anche un disagio psichico per una diversità che spesso non viene rispettata. Proprio sul rispetto, invece, ha puntato la fotografa nella consapevolezza di far parte di un progetto particolarmente importante: l’associazione italiana Albinit in collaborazione con le omologhe Genespoir, francese, e Alba, spagnola, ha infatti inserito questo progetto fotografico nell’ambito delle iniziative messe in atto per far conoscere a un pubblico più vasto le condizioni delle persone albine. La fiducia delle associazioni, in genere restie ad affidarsi a un mezzo come quello fotografico, è stata ben risposta perché questo intrigante lavoro accosta alla bellezza dei ritratti l’analisi psicologica dei protagonisti emersa dal loro rapporto di volta in volta disponibile, sereno, serio o giocoso con l’obiettivo. Cercare le persone e metterle al centro dell’attenzione è il compito che Silvia Amodio si è prefisso ed è per questa ragione che i suoi ritratti – bambini dallo sguardo furbo, gruppi di famiglia messi in posa, ragazze sorridenti, coppie – sono tutti così equilibrati e dotati di grazia da colpire l’osservatore. Al di là delle possibili letture scientifiche che pure questi ritratti nella loro valenza inventariale fanno intuire mostrando persone diverse per etnia, età, caratteristiche, questi ritratti sono il segno di un rapporto di reciproca fiducia che ha consentito alla fotografa di sottolineare la delicatezza di un volto, di cogliere l’attimo fuggente di uno sguardo, di mostrare le spontaneità, le timidezze, la compostezza dei suoi soggetti.  

Tutto, già a partire dal fondale su cui i protagonisti si stagliano, è giocato sulle sfumature del bianco ma Silvia Amodio sa bene che questo non è un colore qualsiasi perché li contiene tutti, rivelandosi così come una metafora della vita e delle mille sfumature che ne costituiscono il fascino" 

(Roberto Mutti)

Critico Fotografico


Silvia Amodio si laurea in filosofia con una tesi sperimentale svolta alle Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Nella sua attività di fotografa e giornalista ha collaborato con periodici come L’Espresso, Airone, D la Repubblica delle donne, Anna, Famiglia Cristiana e da molti anni collabora al periodico L’Informatore Unicoop Toscana. Sue opere sono state pubblicate su riviste quali Arte Mondadori, Zoom, Photo, Progresso Fotografico.  Da tempo ha operato scelte espressive che coniugano etica ed estetica affrontando, attraverso ritratti realizzati con rara sensibilità, temi complessi come la diffusione dell’Aids in Sudafrica, la sofferenza delle vittime dei preti pedofili, la dignità delle persone affette da albinismo. Con queste opere Silvia Amodio si è anche affermata nel mondo della fotografia d’autore mostrando i suoi lavori in spazi istituzionali in Italia, Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Olanda.  Ha pubblicato i volumi “Volti positivi” (2007) e “Tutti i colori del bianco” (2012) “Nessun uomo è un’isola” (2012), “L’Aquila riflessa” (2012). Nel 2008 un'opera tratta dal progetto “Volti Positivi” è stata selezionata, unica italiana, al Taylor Wessing Photographic Prize indetto dalla National Portrati Gallery di Londra. Nel 2012 le è stato assegnato il Premio Città di Benevento per la fotografia.


Si ringrazia l'autrice della foto di questo blog, Silvia Amodio, per la gentile  concessione d'uso della sua immagine.