Michael: quale futuro per il biopic? 

Tra quelli dedicati alle star della musica mancava un biopic su di lui: Michael Jackson. Ci hanno pensato il regista Antoine Fuqua e il produttore Graham King a realizzarlo, e non è stato uno scherzo. Con un budget di quasi 150 milioni di dollari, una gestazione tormentata da reshoot e rinvii, il film è approdato nelle nostre sale il 22 aprile, distribuito dalla Eagle Pictures: oltre due ore sul re del pop, con l’intento di superare gli incassi di Bohemian Rhapsody, sulla vita di Freddy Mercury.

Come spesso accade, la pellicola ha spaccato il fronte tra critica e pubblico. Gli appassionati sono rimasti entusiasti della performance mimetica di Jaafar Jackson, nipote di Michael (è il figlio del fratello Jermaine), della ricostruzione tecnica e coreografica delle performance live, autentica esperienza immersiva da concerto: il film rientra in quella sorta di filone di recente conio, il Sing-a-Long Movie – insomma, il karaoke al cinema. Dal punto di vista dell’evento sociale, della riattivazione commerciale della memoria collettiva, la pellicola è davvero imponente, e potrebbe segnare un punto di non ritorno per il cinema biografico contemporaneo.

Come ogni biopic che si rispetti, è costruito sul flashback: si apre nel 1989 a Wembley, Londra, con Jacko che attraversa il palco a passo di “moonwalking”, salta all’indietro al 1966, a Gary, Indiana, con il piccolo Michael (Juliano Krue Valdi) che osserva con invidia dei coetanei giocare nella neve, prima che il padre Joseph (un incisivo Colman Domingo) lo richiami per le prove con i fratelli Jackie, Tito, Jermaine e Marlon: un lavoro fordista che produsse i Jackson 5, gruppo di successo agli inizi degli anni ’70 da cui parte la futura star, che ritroviamo ormai cresciuta e desiderosa di affrancarsi dal controllo dell’oppressivo genitore. Grazie a Berry Gordy (Larenz Tate) e la sua assistente Suzanne (Laura Harrier) della casa discografica Motown e l’aiuto della EPIC, il giovane Jacko incide Off the Wall che ne decreta il successo. Segue la lavorazione di Thriller (1982, a tutt’oggi l’album più venduto di sempre), l’incidente subito su un set pubblicitario, la partecipazione al Victory Tour con i fratelli per seguire l’ingiunzione paterna, il massacrante Bad Tour (1987-1989), il primo concerto solista di Jackson, con cui termina il film, lì dov’era partito, a Wembley.

Il rigore tecnico con cui Fuqua conduce lo spettatore nelle coreografie di Thriller o Smooth Criminal è davvero coinvolgente, ma è qui che il film rivela la sua natura ambivalente. La critica non ha lesinato attacchi, definendo il film un “incubo agiografico”, un prodotto “sanificato”, un “brand exercise” supervisionato dagli eredi di Jackson, con i quali l’operazione è stata messa in piedi. In effetti, la narrazione lascia del tutto fuori le pesanti controversie legali e le accuse di abusi sui minori che il musicista dovette affrontare, il discorso del cambiamento del colore della pelle ed altro. Scegliendo di muoversi sotto l’egida dei co-esecutori dell’eredità Jackson, Fuqua e l’abile sceneggiatore John Logan hanno privilegiato il tema del trauma infantile e della pressione mediatica rispetto alle zone d’ombra che hanno segnato l’ultimo ventennio di vita dell’artista. Sotto questo aspetto siamo davanti ad un caso studio emblematico sulla post-verità cinematografica: non conta il dato biografico reale, ma come la narrazione ufficiale decide di tramandarlo alle generazioni future. Tema scottante, in un momento di acuta contrapposizione tra il rigore della documentazione storica e la necessità industriale della legacy.

Certo, Michael è un’opera di ammirevole nitore formale, visivamente impattante, la fotografia di Dion Beebe (Oscar per Memorie di una geisha) lavora su una saturazione cromatica che distingue l’innocenza dei tempi della Motown dal barocchismo isolazionista del Neverland Ranch (dove effettivamente sono state girate le scene), ma anche qui lo stile sopraffino, la perfezione estetica, paiono un’esibizione di tecnica fine a se stessa, contribuendo a quella lamentata sensazione di “vuoto”: un film che sembra un videoclip di due ore, dove la complessità dell’uomo Michael Jackson viene ridotta a celebrazione di un’icona.

Ad ogni modo, il grande successo al botteghino indica che alla gran parte del pubblico la verità fattuale interessi ben poco, quello che cerca è una catarsi emotiva, e il Michael di Fuqua offre un rifugio rassicurante: il trionfo dell’agiografia celata dietro un presunto cinema d’autore.

La riflessione, necessaria, rimane: se il biopic è lo strumento con cui gli eredi dei patrimoni delle star mondiali riscrivono la storia a proprio piacimento, ci si chiede quale spazio rimanga per il cinema di indagine, confinato ad opere documentarie come Leaving Neverland, che affronta di petto i lati oscuri di Jackson estromessi nel film di Fuqua. Non è un caso che il regista, Dan Reed, abbia rilasciato dichiarazioni di fuoco sull’operazione Michael. Il dibattito resta aperto.